Italian Council – Edizione 1 – Progetti e Autori

ALTERAZIONI VIDEO – Incompiuto: La nascita di uno stile
110 stampe fotografiche digitali 68 x 48 cm

 

Ente promotore: Associazione culturale Incompiuto Siciliano, Riposto (CT)
Partner: Manifesta Foundation, Amsterdam
Promozione internazionale: “Incompiuto: la nascita di uno stile”, Manifesta12 – Collateral Events, Centro Internazionale di Fotografia (Palermo, 14 giugno – 15 novembre 2018)
Sede definitiva dell’opera: Galleria d’Arte Moderna “E. Restivo”, Palermo

 

Incompiuto Siciliano, da oltre dieci anni, ricerca, mappa e studia le opere architettoniche e ingegneristiche incompiute sul territorio nazionale. Si tratta di architetture che nascono già come rovine e che finiscono per caratterizzare il paesaggio italiano contemporaneo degli ultimi 50 anni, modificando anche il modo di percepirlo. Tutti insieme questi lavori costituiscono uno stile architettonico sui generis: “l’Incompiuto”. Partendo da tali premesse, il collettivo Alterazioni Video, ha realizzato un atlante fotografico dei cantieri di opere pubbliche non portati a termine in Italia, censiti e archiviati da Incompiuto Siciliano, per un totale di 200 scatti con lo scopo di portare all’attenzione una problematica molto più ampia connessa con la cattiva gestione della cosa pubblica, cogliendone allo stesso tempo una insolita e potente valenza estetica. Il progetto è composto anche di un video, presentato in occasione di Manifesta12, a Palermo (2018), e di un libro curato da Alterazioni Video assieme al collettivo Fosbury Architecture di Milano, edito da Humboldt Book.

 

Alterazioni Video è un collettivo di cinque artisti (Paololuca Barbieri Marchi, Alberto Caffarelli, Andrea Masu, Giacomo Porfiri, Matteo Erenbourg) fondato a Milano nel 2004 e specializzato in video arte, ma che opera anche nella performance, nella fotografia e nelle istallazioni. Gli artisti di Alterazioni Video vivono e lavorano tra Berlino e New York e i loro video, che indagano la realtà sociale contemporanea da un punto di vista cronachistico, sono stati esposti a livello internazionale in importanti occasioni, quali la 52. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia e Manifesta 7 e presentati a festival in giro per il mondo.

 

Foto: Alterazioni Video, courtesy degli artisti

 

DANILO CORREALE – Diranno che li ho uccisi io
Video 4k (35 min)

 

Ente promotore: Careof, Milano
Partner: The MAC (Metropolitan Art Centre), Belfast | Columbia University, New York
Promozione internazionale: Proiezione del video e talk, Magazzino Italian Art (New York, 17 Novembre 2018)
MAC, Belfast (2019)
Sede definitiva dell’opera: MART – Museo d’Arte moderna e contemporanea di Rovereto e Trento

 

Diranno che li ho uccisi io è un progetto dedicato al Cinema e al suo ruolo capitale nella definizione della società del Novecento. Il lavoro parte da una disamina degli incompiuti cinematografici specialmente connessi con tematiche moralmente e politicamente delicate – e ancora molto attuali – che per diverse ragioni, non sono mai stati realizzati. Correale ha selezionato sei sceneggiature conservate in archivi pubblici e privati italiani, reinterpretate attraverso altrettanti generi cinematografici che ha fatto rivivere, in maniera frammentaria, attraverso il racconto mentale (e onirico) di un archivista solitario. Le sei storie – tratte da La brigata inesistente di Augusto Tretti; Un dio nero un diavolo bianco, o Il Colonialismo di Sergio Spina; Brigate Rosse di Dario Argento; La ballata degli angeli assassini di Claudio Caligari; Lettere dall’interno di Liliana Cavani; A Boccaperta di Carmelo Bene – sono messe in scena all’interno di un dispositivo modulare che riduce l’ambientazione ai minimi termini, dove gli episodi si raccordano, si concatenano e si fondono, come in un flusso di coscienza o come in un sogno.

 

Danilo Correale (Napoli 1982) vive e lavora tra Napoli, Londra e New York. Il suo lavoro si concentra principalmente sull’analisi delle contraddizioni dei meccanismi politici e sociali del mondo contemporaneo, che mette in luce utilizzando i diversi dispositivi e linguaggi offerti dai media attuali. Ha al suo attivo numerose mostre personali e collettive, anche di importante rilievo internazionale, e ha ottenuto i principali premi italiani dedicati alla giovane arte, come il Premio New York e il Premio Furla.

 

Foto: Still da video, courtesy Careof e Danilo Correale

 

NICOLÒ DEGIORGIS – L’Arlequin & La Villeneuve
Fotografie a colori

 

Ente promotore: École Supériore d’Art et de Design (ESAD), Grenoble
Promozione internazionale: Open Studio di fine residenza, La Galerie di ESAD (Grenoble, 29 marzo – 13 aprile 2018), “Nicolò Degiorgis. Le baron perché”, Le CAP – Centre d’Art Plastique (Saint-Fons, 22 settembre – 24 novembre 2018)
Sede definitiva dell’opera: Museion, Bolzano

 

L’opera L’Arlequin & La Villeneuve è il risultato di un periodo di residenza che Nicolò Degiorgis ha realizzato a Grenoble dall’ottobre 2017 all’aprile 2018, nell’ambito del programma Politique de l’Hospitalité. Programme de résidence située. Le foto realizzate da Degiorgis documentano e analizzano la situazione migratoria di Grenoble e in particolare dei quartieri di L’Arlequin e della Villeneuve. Questi distretti, situati nella zona periferica sud della città e costruiti tra gli anni Settanta e i primi anni Ottanta, sono stati pensati come luoghi dove mettere in pratica esperimenti di mescolanza etnica e sociale, cercando di creare un senso di comunità attraverso il ruolo attivo della cittadinanza, ma nel corso degli anni sono finiti per diventare veri e propri ghetti sociali, dove sono state localizzate la maggior parte delle minoranze etniche della città. Questi contesti di segregazione urbana riflettono un più ampio problema di integrazione nel panorama europeo contemporaneo. L’occhio di Degiorgis è concentrato nel cogliere le architetture intensive delle periferie e la natura che le circonda alla luce della sera, quando gli abitanti dei quartieri vivono i propri spazi domestici e non quelli urbani, rinunciando in questo modo a una narrazione tipica dei reportage sociali, volta alla rappresentazione pietista dei protagonisti di queste storie.

 

Nicolò Degiorgis (Bolzano, 1985) ha studiato cinese a Venezia e ha lavorato a Hong Kong e Pechino. Ha condotto ricerche nel campo dell’immigrazione e dell’alterità presso l’Università di Trieste e fa parte dell’agenzia fotografica Contrasto, con la quale ottiene una serie di incarichi per varie riviste internazionali. Il tema centrale del suo lavoro è l’emarginazione delle minoranze e su di esso verte buona parte dei suoi lavori fotografici, per i quali ha ricevuto premi e menzioni a livello europeo e mondiale. Il suo volume Hidden Islam (Rorhof, 2015) ha ottenuto vari riconoscimenti internazionali tra cui l’Author Book of the Year ai Rencontres d’Arles (2014). Nel 2016 ha partecipato alla 16. Quadriennale d’Arte di Roma (2016), mentre nel 2017 è stato guest curator presso il Museion di Bolzano.

 

Foto: Nicolò Degiorgis, courtesy dell’artista

 

EVA FRAPICCINI – Il pensiero che non diventa azione avvelena l’anima
48 stampe fotografiche digitali dimensioni variabili, cornici 50 x 70 cm
Struttura in ferro battuto 110 x 165 x 182 cm

 

Ente promotore: Associazione culturale Connecting Cultures, Milano | Associazione culturale Isole, Palermo
Partner: Istituto Italiano di Cultura, Bruxelles | Musinf – Museo comunale d’arte moderna, dell’informazione e della fotografia, Senigallia (AN)
Promozione internazionale: “Il Pensiero che non diventa Azione avvelena l’Anima”, evento di Palermo Capitale della Cultura Europea 2018, Archivio Storico Comunale di Palermo (Palermo, 16 giugno – 30 agosto 2018)
“Il Pensiero che non diventa Azione avvelena l’Anima”, Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles (Bruxelles, 8-22 novembre 2018)
Sede definitiva dell’opera: Musinf – Museo comunale d’arte moderna, dell’informazione e della fotografia, Senigallia (AN)

 

Il Pensiero che non diventa Azione avvelena l’Anima è un archivio di documenti fotografati dall’artista, che provano l’impegno quotidiano di persone che hanno speso la propria vita contro la Mafia. Il materiale raccolto è costituito dagli appunti, dalle agende, dalle fotografie, dalle tracce quotidiane delle indagini precedenti l’era digitale rinvenuti in archivi pubblici e privati, come archivi storici e centri studi sulle mafie, familiari delle vittime, scuole e biblioteche palermitane e italiane. Si tratta di testimonianze datate tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, oggetti semplici, anche intimi, ma dal forte portato storico, politico e morale. Il progetto di Eva Frapiccini è interamente volto alla partecipazione e alla condivisione del pubblico, sia nella fase di ricerca (il coinvolgimento delle realtà locali è stato essenziale), sia nella fruizione del lavoro: il risultato finale è infatti un’installazione fotografica concepita come un archivio mobile consultabile dallo spettatore, un’unica struttura in ferro battuto che contiene le fotografie dei documenti altrimenti non visibili.

 

Eva Frapiccini (Recanati, 1978) vive e lavora tra Leeds (UK) e Torino. Ha studiato al DAMS di Bologna e allo IED di Torino, formandosi come fotografa. I suoi progetti, accompagnati da un accurato lavoro di documentazione sul campo, muovono dall’interesse nei confronti dei fatti storici vicini alla sua data di nascita, creando un intreccio sottile tra vita privata, vita collettiva e società. I suoi lavori sono inclusi in numerose collezioni istituzionali tra cui le collezioni permanenti del Museo Castello di Rivoli, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, UniCredit & Art, Fondazione Fotografia di Modena, Collezioni Civiche di Monza, e in collezioni private.

 

Foto: Giovanni e Alessandro Di Giugno, courtesy Connecting Cultures ed Eva Frapiccini

 

ALICE GOSTI – Come diventare un partigiano
Performance site specific (Terni, CAOS, Sala Carroponte, 9 giugno 2018, 5h)
Video documentario della Performance (10 min 50 sec)
Scatola in legno con materiale di studio e illustrativo della performance

 

Ente promotore: Indisciplinarte, Terni
Partner: CAOS – Centro Arti Opificio Siri, Terni
Sede definitiva dell’opera: CAOS – Centro Arti Opificio Siri, Museo d’Arte Moderna e Contemporanea “Aurelio De Felice”, Terni

 

Come diventare un partigiano è il secondo capitolo di un progetto in itinere ispirato ai fatti della Resistenza Partigiana Italiana. La performance è stata presentata al CAOS – Centro Arti Opificio Siri di Terni con interpreti italiani scritturati per l’occasione e un doppio accompagnamento musicale: il coro dell’ANPI, che ha intonato canti partigiani tradizionali, e un coro polifonico che si è esibito su arrangiamenti vocali e musiche composte appositamente. La lettura che Gosti propone della Resistenza non è ideologico-politica, ma concentrata su temi più intimisti e personali, e allo stesso tempo collettivi, come la questione identitaria connessa con la fondazione della moderna nazione italiana, la resistenza collettiva o la scelta di auto organizzarsi per sopravvivere.

 

Alice Gosti (Perugia, 1985) ha studiato alla Washington University di Seattle, specializzandosi in danza e in coreografia. A partire da questi aspetti, ha sviluppato un linguaggio basato sulla relazione tra movimento, durata e sviluppo dello spazio, che opera fluidamente su piani multiculturali e multidimensionali. Le sue performance, nel rapporto dialettico con il fruitore, cercano di porre l’attenzione sulle criticità della condizione umana contemporanea. Per il suo lavoro ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti negli USA, in Italia e Germania.

 

Foto: courtesy Indisciplinarte e Alice Gosti

 

MARGHERITA MOSCARDINI – Inventory. The Fountains of Za’atari
Scultura in terra, resina e bronzo 300 x 375 x 6 cm
Libro d’artista, tecnica mista su carta, acciaio e basalto, 71 x 53 x 7 cm

 

Ente promotore: Fondazione Pastificio Cerere, Roma
Partner: Ambasciata d’Italia, Amman | The Nando and Elsa Peretti Foundation, Roma !Istituto Italiano di Cultura, Bruxelles | Istituto Italiano di Cultura, Istanbul | MADRE, Napoli
Promozione internazionale: Presentazione presso Istituto Italiano di Bruxelles (3 ottobre 2018), Presentazione presso l’Istituto Italiano di Cultura di Istanbul (12 ottobre 2018), Presentazione presso la Columbia University – GSAPP – Graduate School of Architecture, Planning Preservation, New York (13 novembre 2018)
Sede definitiva dell’opera: MADRE – Museo d’arte contemporanea Donnaregina, Napoli

 

Il lavoro Inventory. The Fountains of Za’atari di Margherita Moscardini è concentrato sul campo rifugiati di Al Za’atari, in Giordania, per estensione il secondo campo più grande al mondo, nato nel 2012 in seguito all’emergenza umanitaria causata dalla guerra civile siriana, dove l’artista ha collaborato con un gruppo di creativi, designers, architetti e ingegneri locali. Il progetto punta l’attenzione sulla necessità di ripensare i campi come nuove realtà urbane, riscattandole dalla dimensione di accampamento precario e di emergenza. Concentrandosi su un elemento centrale delle case e dell’urbanistica di Al Za’atari – le fontane – Moscardini ha prodotto un libro d’artista che censisce, inventaria e illustra le fontane ornamentali costruite dai rifugiati siriani con materiali di recupero per abbellire le proprie dimore temporanee, smantellate per carenza idrica e rischio di epidemie. Tra le fontane rilevate, l’artista ne ha scelta una per trasformarla in una scultura: questa riproduce, in scala 1:1, il cortile della casa della casa n. 90, blocco 1, distretto 12, nel Al Za’atari Refugee Camp ed è predisposta per divenire una fontana funzionante.

 

Margherita Moscardini (Donoratico, Livorno, 1981), laureata in Antropologia Culturale all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ha studiato con Yona Friedman alla Fondazione Ratti di Como e con Peter Friedl alla Fondazione Spinola Banna per l’Arte di Torino. Il suo lavoro consiste in una ricerca che sviluppa interesse verso l’architettura, l’urbanistica, il diritto all’abitare e la forma della città. Gli strumenti utilizzati dall’artista vanno dal disegno, alla scultura, al video, alla scrittura. Ha esposto in alcuni dei più importanti centri culturali contemporanei nazionali e internazionali (MAXXI, MACRO, ISCP di New York), e vinto numerosi premi e riconoscimenti, tra i quali il Premio New York (2014).

 

Foto: Andrea Veneri, courtesy Fondazione Pastificio Cerere e Margherita Moscardini

 

PATRICK TUTTOFUOCO – Zero (Weak Fist)
Scultura in neon verde e struttura d’acciaio 300 x 300 x 25 cm

 

Ente promotore: Polo Museale dell’Emilia Romagna
Partner: Comune di Rimini | Accademia delle Belle Arti, Bologna | Istituto Italiano di Cultura, Berlino | Associazione culturale Xing
Promozione internazionale: “Patrick Tuttofuoco. Zero (Weak Fist)”, Istituto Italiano di Cultura di Berlino (Berlino, 28 settembre – 31 dicembre 2018)
Sede definitiva dell’opera: Museo Nazionale, Ravenna

 

L’intervento di arte urbana Zero (Weak Fist) di Patrick Tuttofuoco pone in relazione due monumenti simbolo della città di Rimini: l’Arco di Augusto e il Ponte di Tiberio. Il primo – punto di arrivo della via Flaminia – pur essendo una struttura difensiva, è privo di porte e barriere, e questo lo rende un’architettura non di difesa ma di “accoglienza”. Il secondo è invece il punto da cui parte la Via Emilia, il km zero. È esattamente il valore civico, identitario e sociale dell’antica via romana, che congiunge i punti cardine della regione Emilia-Romagna, a essere riferimento principale dell’intervento, così come quello simbolico di Rimini stessa quale ideale congiunzione tra Roma e l’Emilia. L’opera di Tuttofuoco, confrontandosi con elementi monumentali e dalla storia millenaria, è un gesto, una sottolineatura luminosa, una mano che fa il segno dello zero ed è allo stesso tempo un “pugno debole”.

 

Patrick Tuttofuoco (Milano, 1974) si forma al Politecnico di Milano e l’Accademia di Brera e lavora a Berlino. Con le sue opere fatte di luci, superfici specchianti, laser e neon colorati, inventa dialoghi con il pubblico e con lo spazio, che riflettono la radice dinamica e corale della sua ricerca artistica. Ha esposto in alcune della maggiori rassegne internazionali di arte contemporanea, come la 50. Biennale di Venezia (2003), Manifesta 5 (2004) e la Biennale di Shangai (2006).

 

Foto: Luca Ghedini, courtesy Xing